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In segno di natura  
As a sign of nature                                            
1986/1989
Fisiologia del quadrato
The physiology of the square                                            1985/1986
 
 
 
        
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Studi cromatici e Sculture nere   
Chromatic Studies and  Black sculptures
1972/1985

Da Note tecniche sul procedere dalla pianta all'alzato nella progettazione plastica di Fausta Squatriti (prefazione al catalogo della personale al Comune di Ferrara, 1981)

 

La prima figura che traccio sul foglio può essere un rettangolo, che diviso in due longitudinalmente da luogo a due rettangoli, che così stretti e lunghi mi fanno pensare a strutture portanti, colonne, meglio pilastri. Pilastro fa pensare a peso, dunque gravitazione terrestre, dunque realtà, concretezza, necessità di equilibrio, e allora anche spazio. Ed è proprio pensando allo spazio ed alla sua profondità che sarò costretta più avanti ad aggiungere uguale larghezza alle spalle della mia figura di geometria piana, che diventerà volume per appropriarsi dello spazio infinito e divenire simile, infine uguale, al mondo dalle tre dimensioni, utilizzando la propria origine teorica ed utopica, come momento evocativo, quarta dimensione. Questa simbiosi obbligata trasforma l'apparenza in realtà, sia pure soltanto percettiva. Percezione visiva che in senso letterale, avendo sempre a che fare con l'aberrante prospettiva, sfuma le angola- zioni e per assecondare il globo terrestre, arrotonda, così come si usa dire di un conto approssimativo. Di questo dato acquisito mi servo come punto di partenza per altre trasformazioni. Ribalto le due metà in cui ho diviso il rettangolo (come i battenti di una porta aperta) ed ottengo pari superficie di vuoto. Pieno uguale a vuoto. Dentro e fuori. Possibile percorso. Possibile abitabilità; entrare ed uscire (titubare) tra vuoto e pieno ed anche scambio di ruoli, vuoto attraente, pieno repellente. (...).

 

The first figure I draw on the paper might be a rectangle, whichdivided into two longitudinally forms two rectangles, so long and narrow they make me think of supporting structures, columns, or better, pillars. ‘Pillar’ suggests weight, and so terrestrial gravitation, and thus reality, concreteness, the need for balance, and from there, also space. And it is while considering space and its depth thatI will be forced to add later the same width behind my two-dimensional geometric figure, which will become a volume in order to appropriate infinite space and become similar,and finally equal, to the world of three dimensions, using its own theoretical and utopian origin as an evocative moment, a fourth dimension. This obligatory symbiosis transforms appearance intoreality, even if only perceptively. Visual perception in a literal sense – which always has to do with a faulty perspective – blurs the angulations, and in order to comply with the Earth’s globe, rounds them, like ‘rounding’ or approximating a bill.I use this acquired dataas a starting point for further transformations. I fold backthe two halves I made fromthe rectangle (like the panels of an open door) and I get equal areas of emptiness. Full equal to empty.Inside and outside. A possible route. Possible habitability, entering and exiting (hesitating) between full and empty,and also an exchange of roles, empty attractive, full repellent. [...]

 

 

 

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1972/1995
Opere visive/Visual Works
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