I segni del conflitto 
The signs of conflicts                                           
1990/1992

La poesia e l’arte hanno il dono della profezia. Affinché la società sopravviva l’arte viene a volte a trovarsi in conflitto con il quadro del mondo che la circonda. Tanto più che l’artista è un reietto, un eretico, un dissidente. Egli possiede un proprio sistema di valori. (...). È chiaro che il suo essere un outsider non agisce sulla percezione biografico-esteriore.  Il senso del limite nell’oltrepassare il limite stesso, l’analisi di quanto avviene lungo quella linea di confine – condensamenti, dilatazioni, pulsazioni – ovvero dello stato interiore del secolo: una tensione creativa colossale. Qui si trova la regione delle rivelazioni di frontiera. L’iniziazione al limite dell’abisso. È questo che Fausta compie in tutto il territorio della sua arte, con una costante transizione dallo spazio pittorico ai rigorosi paradossi della grafica, dalla geometrica forza espressiva della scultura ai complessi collage e l’inatteso drop out di materiali solidi, dai raffinati libri-oggetto alle strutture architettoniche della poesia. Tutto diventa regione di ricerche e scoperte di confine. Avvicendamento dei propri paradigmi. Costanti neoformazioni, che scardinano tutto ciò che è abituale, nel mondo e in noi.

Evelina Schatz

 

Poetry and art have the gift of prophecy. In order for society to survive, art sometimes finds itself in conflict with the image of the world around it. All the more so given that the artist is an outcast, a heretic, a dissident. She has her own value system. [...] Clearly, being an outsider does not affect biographical-exterior perception. The sense of the limit when crossing the limit itself, the analysis of what is happening along that borderline – intensifications, dilations, pulsations–in other words, the inner state of the century, is a colossal creative tension. Here lies the region of frontier revelations. Initiation at the edge of the abyss. This is what Fausta accomplishes in all hervarious art, with a constant transition from the pictorial space to the rigorous paradoxes of graphic art, from the expressive geometric power of sculpture to complex collagesand the unexpected emergence of solid materials, from refined book-objects to the architectural structures of poetry. Everything becomes afield of research and the discoveryof borders. An interchange withher own paradigms. Constantnew forms that unbalance everything that is habitual, in the world and in us. 

Evelina Schatz

 

 

I ferri del mestiere  
The tools of the trade                                              
1992/1994

Su una sorta di repertorio esemplare sono intessute le serie che precedono la Via Crucis e la preparano: I ferri del mestiere (...) che nell'ambiguità del titolo evoca il ripetersi ininterrotto e legittimato della peggiore sopraffazione, la tortura; (...). Come per la Via Crucis, e via via sviluppando procedimenti analogici sempre più complessi e sempre più raffinate allusioni simboliche, la forma geometrica penetra e affranca l'essenza dei frammenti fotografici, oggetti scagliati nel vuoto privo d'aria e di respiro.                                 Maria Grazia Recanati 

                                                 

Thisseries of works that precede Via Crucis and herald it arewoven around a sort of repository of exemplary items: TheTools of the Trade [...], whoseambiguous title evokes the constant and legitimised recurrenceof the worst form of oppression:torture [...]. As with Via Crucis, by gradually developing similar and increasingly complexproceduresand sophisticated symbolic allusions, the geometric shape penetrates and frees the essence of the photographic fragments – objects hurled into an emptiness devoid of air or breath.

Maria Grazia Recanati

                          

 

Nel regno animale        
In the animal kingdom                                       
1994/1995

Un dilemma antico si ripresenta oggi, in modo sorprendentemente attuale, sulla scena dell'arte: è opportuno, giusto, efficace mostrare il male, renderlo visibile nella sua crudezza e bestialità, rappresentarlo sotto forma di icona?

Un quesito che si ripropone con tanta più forza quanto più sembra essere ignorato proprio da quegli artisti che, attraverso la realizzazione di opere in cui viene minuziosamente scandagliata qualsiasi forma di atrocità, lo suscitano in tutta la sua macroscopica evidenza. Un interrogativo a cui sembra ancor più urgente rispondere sotto la spinta di contraddittorie, ma egualmente irrefutabili, constatazioni: la percezione del male viene illanguidita dalla sua continua riproposta, la riproduzione iconica dell'atrocità, quando è stereotipata e inflazionata, anestetizza, rende insensibili, abitua alla presenza del male "vero", che viene paradossalmente falsificato dalla sua più fedele riproduzione; sentire il male è una condizione indispensabile per pensare e agire contro di esso, e nulla più dell'arte può suscitare una "risposta emozionale", per usare un'espressione di Ricoeur, alla sua ineludibile presenza.

Roberto Borghi

 

An ancient dilemma presents itselfin a surprisingly contemporary way on the art scene: it is appropriate, right or effective to show evil, to make it visible in its coarseness and bestiality, to represent it in the form of an icon?

This is a question that returns with even greater force the more it seems to be ignored by precisely those artists who,by creatingworks in whichevery type of atrocity ismeticulously explored,evoke evil in all its macroscopic manifestation. The question seems to require an even more urgent responseunder the pressure of conflicting but equally irrefutable observations: awareness of evil is undermined by its continualdisplay. When stereotyped and inflated,the iconic representation of atrocity anesthetises, making us insensitiveand accustomed to the presence of ‘real’ evil, which, paradoxically, is actually falsified when most faithfully reproduced. Being aware of evil is an indispensable condition for thinking and acting against it, andart more than anything else can elicit what Ricoeur called an ‘emotional response’ to its ineluctable presence.

Roberto Borghi

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1990/1995
Opere visive/Visual Works
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